La dittatura delle identità

La dittatura delle identità di Laurent Dubreuil.
Contro la
identity politics che arriva da Oltreoceano 
(Gog&Magog, 16 maggio 2019)

È uscito nei mesi scorsi in Francia, per i tipi di Gallimard, La dictature des identités, un breve saggio in cui Laurent Dubreuil, filosofo, critico letterario e professore ordinario di studi romanzi e letteratura comparata alla Cornell University in Usa, cerca di decifrare la follia (e i pericoli) della trasformazione della identità in un paradigma politico: quella identity politics che, come una febbre, si sta diffondendo al di fuori dei campus Usa e, da loro, arriva ormai fino in Europa.

Studenti vietnamiti che si sentono offesi per un panino “asiatico” servito alla mensa universitaria (è “appropriazione culturale”), feste di Halloween cancellate perché la lista dei costumi “proibiti” e potenzialmente “razzisti” o considerati “inaccettabili” è diventata infinita…si potrebbero enumerare esempi per ore.

Si tratta, secondo Dubreuil, di una deriva vittimista e separatista, che tende ad imporre nuove regole piuttosto che ad aspirare al bene comune, riproducendo (per reciprocità) gli stessi mali l’avevano originata.

Con l’aiuto delle reti sociali e del chiacchiericcio dei media compiacenti, si spingono le persone ad agire, vivere e pensarsi solo in tanto quanto appartenenti a precise categorie, spesso posticce, fabbricate e opportunamente gonfiate al bisogno (“uomo bianco”, “LGBTQIA”, etc.).

In questo senso, l’esperienza americana di Dubreil gli è stata rivelatrice: a partire dalle università, la “politicizzazione delle identità” comporta l’avvento di un vero e proprio “dispotismo democratizzato”: una pratica politica organizzata che, essendo basata sull’arbitrarietà, la violenza, l’esclusione e la censura, non può vedere messa in discussione la propria legittimità. Il dispotismo è tradizionalmente l’atto di un sovrano o di un partito, mentre questa nuova forma di uso dell’identità “democratizza” la dittatura, mettendola apparentemente al livello di tutti. In questo potenziale regime che si va formando, ogni identità si fonda solo su sé stessa, conosce e riconosce essa stessa i tratti che le sarebbero “propri”. Non ammette discussioni, si arroga diritti esclusivi, incluso quello di ridurre al silenzio coloro i quali non si conformano a questa sorta di micro-totalitarismo.

È poi una dittatura moralistica, che sostituisce il dialogo con un soliloquio lamentoso, che proibisce e censura l’inaspettato nel nome del già detto e di ciò che è “simile a noi”: le opere d’arte sono le prime ad essere prese di mira perché che, se vuole stroncare ogni possibilità di pensare e sentire in modo diverso, ci si deve affrettare a prevenire ogni evento “vitale” che possa comportare un qualche grado di “risveglio”, sia esso un film, un dipinto, una scultura, un libro.

La cosa (nemmeno troppo) paradossale è che questo approccio era sinora una prerogativa…della estrema destra, e ora lo si ritrova, nei modi e persino nelle espressioni, a sinistra, dove sino ad oggi si era tanto ricamato sulla “identità fluida”. Ci ritroviamo così davanti a una “logica da nuovo ghetto, sentito come una fortezza”, secondo Dubreuil: se a volte l’effetto è comico, sicuramente è al contempo inquietante.

Nei campus, ogni individuo viene così identificato e associato in modo predeterminato ad alcune categorie. Una identità traballante e artificiosa, che però dovrà indossare per tutta la vita come una croce, e dovrà stare pure attento a trarne le dovute conseguenze morali ed etiche: se così non fosse, basterebbe una frase sfortunata, o anche solo un gesto ambiguo, per subire l’espulsione da quel campo che gli è stato automaticamente attribuito. Questo nuovo identitarismo, insomma, è una trappola. Così, ad esempio, è per lo stesso movimento #metoo: per le aderenti, la violenza subita diventa (e deve diventare) l’alfa e l’omega dell’intera esistenza. Definendo però la propria identità con una vittimizzazione, costantemente rinnovata, non si riesce più separare l’oppressione da ciò che si è: rinunciare alla sofferenza significherebbe tradire la propria essenza. In queste nuove chiese postmoderne, i “fedeli” sono condannati ad una alienazione perpetua, solo momentaneamente interrotta da momenti rituali di vendetta e dal tentativo di imporre nuovi domini sotto le mentite spoglie del “riequilibrio”.

Un mondo distopico, che tra l’altro vede, una volta portato il conflitto politico sul terreno della identità, vincere in genere… la parte opposta. Se si diviene ossessionati dall’uomo bianco, va a finire che quello vota (e fa vincere) Trump.

Ad avviso dell’autore, questo processo di degenerazione progressiva si può ancora fermare, ma solo a patto di comprenderne bene i meccanismi implacabili di espansione e consolidamento.

Per cui, se non volete ritrovarvi, vostro malgrado, incasellati in qualche buffa categoria concepita nella redazione di “Freeda”, “Vice” o l’inserto femminile di “Repubblica”, o ostracizzati a vita per quel commento al collega, quel like su Facebook o quel costume al carnevale del paese, vi conviene mettervi sotto e studiare!

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Se volete sapere di più sul libro e sull’Autore, consigliamo questo interessante articolo-recensione (in francese) su “Le Point”, in cui vengono sviluppati altri punti del libro, o questa video-intervista:

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